Dipendenza e autonomia nella quotidianità della vita professionale e affettiva

La letteratura sociologica e filosofica, che cerca di definire la congiuntura epocale in cui viviamo, dà del presente immagini complesse e variegate, immagini che tuttavia rientrano entro un certo ambito semantico. Si dice infatti della società odierna” società della stanchezza, era del vuoto, società dell’indifferenza, società del personalismo, dell’individualismo”, fino a espressioni forse a tutti più note come modernità liquida e epoca dell’evaporazione del padre, note perché i loro ideatori, Massimo Recalcati e Zygmut Bauman sono nomi ricorrenti nel panorama culturale odierno. Le definizioni sono apparentemente diverse ma in realtà abbastanza monocrome, perché mostrano un presente in cui qualche cosa se n’è andato per sempre. Sembrano indicare che il presente attuale è totalmente difforme rispetto ad altri presenti di altri tempi.  Che cosa c’è di difforme rispetto alla storia di sempre in tutto ciò? e che cosa si è perso per sempre in questo presente?

Le domande servono in contesto per comprendere perché nel presente la relazione tra  dipendenza e autonomia sia così paradossale nella quotidianità delle vite dei più.

Analizzando la definizione di società della stanchezza, ci appare che la società del terzo millennio è sfinita dalla pressione della prestazione, dall’imperativo del fare e del poter fare. Ma che l’imperativo del fare, come suo rovescio, genera stanchezza ed esaurimento  perché isola, distrugge ogni unione e fa scomparire le norme dell’essere insieme di fronte alle norme dell’essere attivi. Produce cioè una libertà costrittiva.

Il compito della filosofia è quello di porsi di fronte a relazioni paradossali, anzi la filosofia esiste perché esistono paradossi:  di fronte a una relazione paradossale, quale la libertà costrittiva che genera stanchezza, il primo gesto di un filosofo è quello di mettere in luce lo sfondo da cui si genera tale paradosso.

Questa è solo un’anteprima.
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