La partecipazione e la collaborazione non vanno curate solo nella fase iniziale del lavoro all’interno di una comunità ma vanno mantenute nel tempo facendole diventare processi strutturali della stessa con lo scopo di dare continuità alle varie iniziative. Lo strumento che meglio si presta a questo scopo è la rete che si configura sempre più come un vero e proprio paradigma operativo dell’intervento psicosociale.

Sono molti i settori in cui, anche sulla spinta delle più recenti normative relative al governo dello sviluppo locale, si è diffusa la crescente consuetudine al lavoro in rete tra enti pubblici, privato sociale (cooperative, associazioni, fondazioni) e società civile: dalle politiche sociali, alla prevenzione, dalla promozione della salute ai servizi per le famiglie, dalle politiche giovanili all’integrazione sociale, dalla cooperazione alla rigenerazione urbana.

Molte indicazioni legislative, sia nazionali che europee, e linee guida convergono sulla necessità di adottare approcci capaci di mettere in rete saperi e buone pratiche al fine di promuovere il benessere individuale e lo sviluppo sociale.

In ambito psicosociale il termine rete richiama una struttura che connette più soggetti (persone ed organizzazioni) in relazione tra loro, condividendo desideri, interessi, bisogni e che mettono in moto una interazione a più livelli, per il raggiungimento di obiettivi comuni.

L’interesse per il lavoro di rete è stato facilitato storicamente da diversi ordini di eventi: Innanzitutto il processo di democratizzazione della società: vi è un passaggio dal dominio di una sola interpretazione alla compresenza e interdipendenza di vari modi di concepire la vita ed il benessere sociale e si assiste a un progressivo spostamento del potere sempre più centrato sul territorio e sugli organismi e legami di tipo volontaristico.

Un altro elemento che ha determinato l’esigenza di collaborazione tra agenzie diverse riguarda lo sviluppo delle politiche sociali. Le riforme di politica sociale, avviate a partire dagli anni settanta, hanno avuto tra i principi guida più significativi la de-segregazione e la de-istituzionalizzazione che hanno rifiutato la risposta unica fornita al disagio sociale, aspecifica e disumanizzata, solo di tipo assistenziale che caratterizzava gli interventi sociali precedenti a questo periodo. Il riferimento è a problematiche sociali di varia natura, dall’assistenza ai minori agli interventi nell’area della malattia mentale, alla gestione della marginalità e della devianza.

Si è assistito negli ultimi decenni alla crescita sia quantitativa che qualitativa di servizi sempre più differenziati, tanto che oggi possiamo parlare di una specializzazione funzionale dei servizi anche su base territoriale per adeguarsi alle esigenze delle diverse realtà territoriali. Tutto ciò, però, ha comportato una sovrapposizione di competenze e la perdita di una visione globale e sistemica.

Allo stato attuale i servizi sono organizzati per lo più secondo criteri di campo e di competenza piuttosto rigidi che incentivano lo sviluppo di percorsi paralleli di intervento e accentuano problemi di comunicazione. Emerge sempre più il bisogno di

integrazione e coordinamento. Inoltre, si è sempre più consapevoli di come anche interventi di sviluppo del territorio o inerenti l’area lavorativa o scolastica (orientamento, prevenzione della dispersione scolastica, ecc.) necessitino, per la loro riuscita, di una intensa collaborazione tra agenzie e professionisti diversi.

La realizzazione delle politiche pubbliche sia nel campo della sanità, che in quello del lavoro o dell’istruzione, richiede un operare congiunto ed una convergenza di più organizzazioni aventi obiettivi, natura giuridica e competenze molto diverse: solo in tal modo possono essere gestiti interventi complessi.

L’attuazione di disegni organizzativi a rete, che integrino settore pubblico e privato, sembra rispondere anche ai cambiamenti sociali che ci sono stati nella nostra società negli ultimi decenni. Tra i più rilevanti l’evoluzione del ruolo della famiglia, l’espansione demografica della popolazione anziana, lo sviluppo del fenomeno della urbanizzazione che hanno modificato le modalità di rapporto all’interno delle piccole comunità, provocando spesso l’impoverimento della rete e delle sue funzioni di sostegno informale.

L’incapacità strutturale del sistema pubblico del welfare di rispondere a bisogni progressivamente più complessi della popolazione che, parallelamente all’impoverimento della rete di sostegno informale sempre più si rivolgeva a quella formale, ha favorito nuove iniziative sociali e lo sviluppo di molte organizzazioni del privato sociale.

Lo stato attuale dei servizi rende sempre più evidente la necessità di individuare modalità di integrazione tra servizi pubblici, agenzie pubbliche e private e disviluppare, tra i nodi di queste potenziali reti, relazioni non competitive ma complementari, in grado di offrire risposte diversificate ai bisogni della comunità.

Un obiettivo strategico del lavoro di rete oggi è sollecitare la sensibilità alle questioni multiculturali; per chi fa lavoro di comunità oggi è imprescindibile misurarsi con la questione della multiculturalità, non solo per l’eterogeneità di composizione etnico-nazionale delle società locali ma anche per il politeismo dei valori e la pluralità dei punti di vista rispetto ai temi di interesse pubblico: dall’educazione agli affetti, dalla salute alla sicurezza, dalla qualità di vita alla famiglia. le reti possono costituire un vero e proprio “avamposto culturale” in cui è possibile intercettare l’emergenza di nuovi bisogni e differenti stili di vita di una comunità e che, in forza di ciò, esse possano contribuire a far crescere sensibilità e competenze interculturali.

Da quanto visto fino ad ora è evidente che la società odierna necessita di una organizzazione a rete per orientarsi verso modalità di interazione tra formale ed informale, societario e comunitario.

Questa esigenza è stata formalizzata anche da alcune recenti normative che regolano le politiche sociali in Italia e che individuano nel lavoro di rete una condizione essenziale per offrire ai cittadini servizi efficaci. In particolare la L.328/2000, legge quadro sull’assistenza, all’art.1 prevede che alla gestione e all’offerta dei servizi provvedano soggetti pubblici e organismi non lucrativi di utilità sociale, organismi della cooperazione, organizzazioni di volontariato, associazioni ed enti di promozione sociale, fondazioni, enti di patronato ed altri soggetti privati, e all’art.6 sottolinea il dovere per l’ente pubblico di promuovere, nell’ambito del sistema locale dei servizi sociali a rete, risorse della collettività locali tramite forme innovative di collaborazione per lo sviluppo di interventi di auto-aiuto e per favorire la reciprocità tra cittadini nell’ambito della vita comunitaria.

Alle istituzioni è chiesto, dunque, di individuare risposte flessibili ai bisogni dei cittadini, che tengano conto dell’interdipendenza dei sistemi dei servizi sul territorio. Il lavoro in rete non deve però essere solo appannaggio delle pubblica amministrazione ma deve prevedere il coinvolgimento diretto della comunità per avvicinare il cittadino alle istituzioni, per responsabilizzarlo sfidando i fenomeni di disinteresse e disinvestimento nella vita comune del cittadino post-moderno. Si dovrebbe incoraggiare, attraverso la costituzione di reti, un atteggiamento di cittadinanza attiva che riesca a contrastare la voglia di rinchiudersi nell’ individualismo che sottrae energie e risorse alla dimensione comune, dalla quale peraltro dipendono gli aspetti più significativi della qualità del vivere.