Filosofia come radicamento nella carne
Workshop sui Disturbi del comportamento alimentare

Il bello non è né qualcosa che si fa, né qualcosa che si sa, e quindi: né qualcosa che si produce,  né che si conosce.
Semmai verso il bello si va, come strappati a se stessi e al proprio mondo.
Platone

Il workshop “La bellezza” è stato attuato nel dicembre 2015, come modulo dell’ampio Progetto “Orizzonte Flegreo” pensato dall’Associazione “Orizzonti”, in collaborazione con il CAD Sociale Flegreo, per i ragazzi dell’’ I.S.I.S. Guido Tassinari di Pozzuoli.

Questo Laboratorio è il frutto dell’esperienza e dello studio della dott.ssa Francesca Del Sorbo, che da anni si occupa del fenomeno dei Disturbi del comportamento alimentare  (anoressia, bulimia, Bed, ecc.) nei giovani e meno giovani.

L’obiettivo principale del laboratorio è stato quello di sensibilizzare i giovani a riflettere su ciò che si nasconde dietro alla ricerca ossessiva e maniacale della “bellezza” e della cura del corpo, sbandierati come “nuovi valori” dalla società edonistica in cui viviamo.

E quindi da ideale “regolativo” e fine a cui tendere, quale era il “bello” nella sapienza greca si è giunti all’attuale idea di bellezza asservita al potere e alle logiche di mercato, che l’hanno ridotta a “cosmesi”, ovvero qualcosa di accessibile a tutti.

Mediante la visione di opere d’arte (come il Narciso di Caravaggio), nonchè la condivisione del pensiero di grandi filosofi antichi e moderni (da Platone a Gallagher) si è cercato di stimolare la discussione sul corpo e la sua immagine da un punto di vista “filosofico”: cos’è un Disturbo del comportamento alimentare da un punto di vista fenomenologico ed esistenziale se non la paralisi e la chiusura nel guscio del proprio corpo?

Rifacendoci a quanto scritto dalla filosofa contemporanea Martha Nussbaum in “Intelligenza delle emozioni”, abbiamo accennato alle tonalità emotive che concernono i “confini” del corpo degli individui affetti da DCA: la vergogna, il disgusto, il terrore della contaminazione, l’ossessione del controllo, la paura dell’esposizione agli altri, nascono dall’impossibilità di stare al mondo in apertura fiduciosa.

Prendendo in prestito le parole di Merleau Ponty, “il mio corpo è il mio punto di vista sul mondo” e quindi esposto alla fragilità nella misura in cui il vedere implica una corrispondenza spesso non voluta né consapevole: noi possiamo non vedere, ma non possiamo sottrarci alla vista degli altri.

Nei soggetti affetti da DCA la chiusura nel “proprio” mondo prevale su quello della connessione con gli altri, occludendo qualsiasi possibilità di contatto e relazione interpersonale.

Il lavoro che la filosofia può fare con questi individui è quello di riattivare la loro capacità di vedere e sentire gli altri.

Quindi si può parlare di “filosofia come radicamento nella carne” nella misura in cui  ognuno di noi, a qualsiasi età ha bisogno di radicarsi nella propria carne, di vedersi come potenza vitale nel tessuto del mondo, ma soprattutto di sentire la propria appartenenza a questo tessuto.

Il laboratorio si è concluso con uno spazio di condivisione e confronto dei ragazzi con uno psicologo e un nutrizionista di Orizzonti, che hanno risposto alle numerose domande e ai dubbi dei presenti in sala.