La consulenza filosofica nasce ufficialmente nel 1982 con la fondazione, da parte del filosofo tedesco Gerd B. Achenbach1, della Gesellschaft für die Philosophische Praxis2, con sede a Bergish Gladbach, nei pressi di Colonia. Essa viene presentata come lo sforzo di restituire una “veste pratica” alla filosofia, nell’ottica di un rinnovamento ed allo stesso tempo di un ritorno alle origini del pensiero. Ciò che Achenbach intende mettere in luce è la possibilità della filosofia di confrontarsi con i problemi quotidiani e di essere utile alla vita, intesa come esistenza del singolo individuo, unico ed irripetibile; in tal senso, la consulenza filosofica si presenta come una proposta alternativa, e per certi versi complementare, alle psicoterapie ed alle relazioni d’aiuto.

Nella società contemporanea, caratterizzata da incessanti sistemi di riferimento e modelli di comportamento prestabiliti, il rischio che corre il singolo individuo è quello della perdita della propria identità ed unicità, con conseguente smarrimento di senso: si apre qui lo spazio della consulenza filosofica, che si configura quindi come una modalità di riflessione sulla vita e di chiarificazione degli aspetti problematici individuali attraverso un libero dialogo, il rifiuto delle verità precostituite e l’ampliamento del pensiero verso nuove direzioni.

La questione è, adesso, non più se io vivo ciò che penso, ma se penso ciò che vivo3.

La consulenza filosofica come consulenza sulla vita si realizza attraverso un libero dialogo scevro da costrizioni intellettuali e dalle pretese di una ragione astratta, nell’ottica di dar voce ad un’istanza di senso veicolata da un disagio di tipo esistenziale, avvalendosi di una comprensione che mette allo scoperto, di un’apertura priva di giudizio e di un ampliamento del pensiero: il discorso dell’ospite viene accolto direttamente nella sua fattualità. Ponendosi come praxis, ossia come azione comunicativa, esplorazione ed organizzazione dialogica dei problemi, essa agisce dialetticamente sul desiderio che è all’origine della visita, confrontandosi con esso in maniera trasversale, indagandone cioè le contraddizioni al fine di illuminare nuovi orizzonti di pensiero; ciò si realizza attraverso un processo filosofico che non contempli alcuna interpretazione del discorso del convenuto, né tantomeno l’elargizione di consigli o soluzioni della problematica.

Ciò che rende filosofica questa consulenza sulla vita è piuttosto riflettere sulle condizioni del processo che si sviluppa innanzitutto come dialogo secondo una dinamica inconscia. La consulenza sulla vita è filosofica nella misura in cui non dà consigli, ma problematizza proprio il bisogno di cercare consigli 4.

Ciò che dunque si può configurare come funzione della consulenza filosofica non sarà tanto quella di soddisfare i bisogni e le richieste di coloro che la richiedono, quanto piuttosto una sublimazione di essi nel dialogo: in essa si realizza una delusione mirata ed un’irritazione dell’aspettativa di appagamento, in direzione di uno stimolo alla ricerca di nuovi schemi interpretativi.

Non un lavoro interessato, ma un lavoro sugli interessi, non pensieri motivati, ma il pensare sul motivo: in senso letterale: riflessione. 5

La consulenza si avvale del dialogo filosofico come strumento privilegiato il quale, caratterizzandosi come libero e razionale, è necessariamente non-terapeutico.

Essa [la consulenza filosofica] non è una nuova forma di terapia, anzi essa non è affatto una terapia. La filosofia deve diventare pratica, azione comunicativa, esplorazione e organizzazione dialogica dei problemi, critica della comunicazione distorta e di ogni trattamento.6

Inducendo il confronto dialogico, la filosofia pratica guida il singolo alla riflessione, a quel secondo pensare che riavvia il processo speculativo attraverso una presa di posizione sui propri pensieri. Sono questi ultimi, qualora rimangano imbrigliati nelle rigide maglie di un primo pensare che non si sottoponga a revisione, a costituire per l’ individuo la principale fonte di sofferenza; sensazioni come l’assenza di interessi e l’apatia fanno allora capolino, trovando nel soggetto strutturato dal dominio terapeutico un terreno massimamente fecondo.

Dove l’ esterno – il comandamento, il dovere, il timore di Dio, le tavole del Sinai eccetera – non possiede più il potere di interferire con la nostra coscienza illuminata, là istanze interiori – voci, impulsi, desideri, blocchi, resistenze, costrizioni eccetera – sviluppano la loro efficacia […]. Dominati un tempo dall’alto, siamo ora sottomessi alle violenze interiori.7

La consulenza filosofica si pone, dunque, l’obiettivo di deflemmatizzare e vivificare. Essa si configura in una proposta di chiarificazione del disagio del singolo, che prende le mosse dall’accoglienza del problema che questi porterà in seduta, nell’ottica di disvelare nuove prospettive di realizzazione dal pantano razionale che la sofferenza aveva in lui concretizzato. Tale accoglienza assume in Achenbach il decisivo appellativo di comprensione: è questo il punto nodale della consulenza.

Il cliente che richiede una consulenza sulla vita si presenta come un individuo addolorato, un individuo che soffre di sintomi: essi rivelano che tale sofferenza è l’ incapacità di attribuire un senso alla propria esperienza.

E’ bene chiarire subito che non si tratta assolutamente della sintomatologia peculiare delle scienze terapeutiche. Al contrario, Achenbach propone una teoria del sintomo, nella cui prospettiva esso si configura in primo luogo come espressione del disagio, ossia come il primo elemento che il cliente può comunicare al consulente. E’ su tale elemento dichiarabile che si deve porre in atto la suddetta comprensione, che assume dunque la forma di un’accettazione, di rispetto e di assenza di giudizio verso la situazione problematica, nell’ottica di favorire nel convenuto lo sviluppo del proprio dolore: in altre parole, è partecipazione enfatica.

Il “non riuscire a farcela” deve essere espresso, deve poter essere comunicabile, e ciò necessita che l’ammissione trovi comprensione. Ma affinchè questa ipotesi, “io troverò comprensione”, possa farsi valere, è necessaria un’atmosfera che, in quanto sicurezza percepibile di trovare nell’ altro riguardo, rispetto e partecipazione enfatica, permetta all’ospite di sviluppare, esplicitare ed espandere la sua ammissione: di “aprirla”.8

Oltre ad essere espressione, il sintomo è contemporaneamente il problema nascosto dell’ individuo, ovvero quella nicchia in cui si annida la negazione di senso veicolata dalla vita contemporanea, dal dominio terapeutico.

Con la comprensione, il problema è reso dichiarabile e comunicabile, attraverso il libero dialogo con il filosofo, che è tradizionalmente erede dei pensieri più folli e delle idee più stravaganti.

Il sintomo, in sé, già espressione, è il dichiarabile, il “molti nell’ uno”, il complesso […]. È allo stesso tempo il problema nascosto, vissuto come impotenza, così come è però il potere di togliere all’ altro la sua forza. In questo modo trova (di norma) ciò di cui ha più urgentemente bisogno: riguardo, ritegno, assenza di giudizio e partecipazione […]. Nel sintomo si esprime ciò che è stato escluso, non realizzato, rimosso, trascurato […]. Viene alla parola in un dialogo filosofico, nel quale vi sia la libertà di non lasciarsi abbagliare da ciò che è ratificato, valido, decretato, certo. 9

La consulenza filosofica intraprende, quindi, un percorso volto alla chiarificazione del dolore vissuto soggettivamente, in cui ad essere problematizzato non è l’ individuo, bensì ciò che egli manifesta come difficoltà e che, in quanto tale, è foriero di impedimento. Ampliando, la filosofia così proposta guarda al cambiamento di atteggiamento verso le cose attraverso la chiarificazione, in un processo in cui la ragione soggettiva, alienata nel dolore espresso dal sintomo, si ricompone sinteticamente in ciò che è altro da sé, ritrovandosi.

Compito della ragione, di questa realtà, di questo movimento della libertà, che anzi mette in movimento la libertà, è quello di ritrovarsi in ciò che è altro da se stessa. Per riportare tutto questo al nostro contesto […] la ragione dovrebbe riconoscere in ciò che le si oppone apparentemente come estraneo se stessa come opposta a se stessa.10

La consulenza filosofica si fa carico dell’enorme pretesa del singolo di riconoscere la verità come tale solo nel momento in cui sia possibile assumerla da sé, con le proprie forze, nell’ottica di una piena e libera autodeterminazione; non si configura come una psicoterapia alternativa, ma, come specifica chiaramente Achenbach, come una alternativa alle psicoterapie.11

L’ ultima riflessione che Achenbach ci consegna è, significativamente, quella relativa ad una possibile nuova alleanza tra la filosofia e le psicoterapie. Nell’ottica di una ridefinizione critica che, come abbiamo visto, muove a partire dalle condizioni della dottrina filosofica, ma che non risparmia assolutamente la prassi psicologica, il filosofo di Hameln auspica l’avvento di una rinnovata relazione tra le due discipline, che, attraverso il reciproco riconoscimento, si sostanzi in una commistione di cooperazione e concorrenza.

1 Gerd b. Achenbach (Hameln, 11 febbraio 1947), filosofo tedesco, è il fondatore della prima consulenza filosofica. Laureatosi nel 1981 all’Università Gießen con Odo Marquard, Achenbach è un pensatore fortemente influenzato dall’Idealismo Tedesco. Fondò nel 1982 la Società Internazionale per la pratica filosofica (IGGP) della quale fu Presidente fino all’autunno del 2003; nello stesso anno fondò la Società Regionale per la consulenza filosofica a Bergish Gladbach, dove attualmente abita, e della quale è finora a capo. Come docente, Achenbach insegna presso l’Università di Lessing, a Berlino, ed alla Nordsee Accademia, a Leck.

2 Società per la consulenza filosofica, dal 1996 IGPP (Internationale Gesellschaft für Philosophische Praxis).

3 G. B. Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 46.

4 Ibidem.

5 Ibidem.

6 Ivi, p. 76.

7 Ivi, p. 65.

8 Ivi, pp. 104-105.

9 Ivi, pp. 105-106.

10 Ibidem.

11 Ivi, p. 167.

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