Molti autori concordano nell’intendere la comunità come un insieme di persone che condividono aspetti significativi della loro vita e che hanno relazioni di interdipendenza. Se utilizziamo questa definizione possiamo applicare il paradigma di comunità in molti contesti che assumono, di volta in volta, denominazioni diverse: quartiere, città, cooperativa, azienda, scuola, ospedale, carcere, ecc. e che possono essere viste, concettualizzate e studiate come comunità.

All’interno di questi spazi di relazione, moderne agorà, il consulente filosofico può agire da catalizzatore di pensiero e da mediatore delle varie istanze per facilitare processi decisionali ma anche per dar voce a narrative minoritarie e per promuovere la produzione di nuovi copioni e ruoli per individui e gruppi sociali. In ogni comunità esiste un patrimonio di affetti, esperienze, saperi e competenze da portare alla luce in quanto cruciali per affrontare i problemi che la attraversano e per sviluppare competenze etiche, affettive, riflessive e biografiche utili alla costruzioni di nuove visioni del mondo.

La FilosofiaIn quanto consulenti filosofici, non potevamo esimerci da una riflessione sul concetto stesso di comunità e sulle implicazioni che da questa potevano scaturire.

Ci siamo mossi a partire dall’elaborazione che Roberto Esposito1 ha dato in Communitas: il filosofo napoletano pone l’accento sul munus, il dono, che i membri della communitas condividono; questo munus non è un regalo, qualcosa che si elargisca all’altro volontariamente, ma una sorta di dovere, un obbligo a mettere in comune parti di sé (una per tutte parte della propria libertà) per poter vivere insieme. Esposito afferma che ‹‹il munus che la communitas condivide non è una proprietà o una appartenenza. Non è un avere, ma, al contrario, un debito, un pegno, un dono-da-dare. E dunque ciò che determinerà, che sta per divenire, che virtualmente già è, una mancanza››2.

Questo dono scomodo, inquietante e impegnativo può generare la reazione opposta nell’individuo, spingendolo verso la immunitas intesa come immunizzazione, allontanamento dalla comunità. Communitas è l’insieme delle persone unite non da una proprietà ma da un limite, da una mancanza, da un dovere inteso come un “ti devo” qualcosa e mai come un “mi devi” qualcosa, che espropria l’individuo della sua soggettività. In questo modo l’accezione classica ovvero il considerare la comunità come una proprietà dei soggetti subisce un rovesciamento: il comune non è rappresentato più dal proprio, ma dall’improprio o potremmo dire dall’altro. La comunità – sostiene il filosofo napoletano – non è un modo di essere del soggetto individuale. Non è la sua proliferazione e moltiplicazione. Ma la sua esposizione a ciò che ne interrompe la chiusura e lo rovescia all’esterno – una vertigine, una sincope, uno spasma nella continuità del soggetto.

Questa dialettica tra collettività e individualità, tra communitas e immunitas, apre uno spazio, segna un solco per il consulente filosofico che voglia provare a trasformarla in dialogo e in relazione.

Per inserirsi in questo spazio, è necessario sforzarsi di comprendere come accade che un individuo senta l’esigenza di “immunizzarsi”: questo accade quando percepisce le richieste come un’eccedenza rispetto alle sue capacità.

L’esigenza di immunizzazione può nascere indipendentemente dal fatto che lo siano realmente o che vengano percepite tali in virtù di un’elaborazione personale.

L’orizzonte interpretativo di Roberto Esposito ci è parso quello più adeguato a descrivere ciò che abbiamo vissuto nella nostra pratica quotidiana: situazioni in cui non possiamo non riscontrare lo scollamento tra le esigenze di relazione, ascolto, attenzione degli individui e la realtà che essi vivono, sempre più attenta alla produttività e all’efficienza; tra una sistema di comunicazione esigente e omologante (e in quanto tale spesso oppressivo) e la difficoltà per le identità di scoprirsi e svilupparsi armoniosamente; tra un pensiero unico imperante e lo sforzo e l’impegno di esercitare un pensiero critico.

Come filosofi, non potremmo imporci questo come unico paradigma possibile: lo assumiamo come quello più efficace nel qui e ora, aperti alla possibilità di accoglierne altri qualora si dimostrassero più validi.

Come consulenti filosofici, lo utilizziamo come strumento interpretativo e guida per calibrare i nostri interventi.

In molte aree territoriali di cosiddetto disagio sociale, molti problemi individuali possono essere ricondotti alla dimensione della qualità della convivenza, intendendo per convivenza le relazioni che le persone sono obbligate a intrattenere per il fatto di vivere sullo stesso territorio. La qualità della convivenza influisce significativamente sulla qualità della vita delle persone ed è una delle principali fonti di allontanamento dal benessere. Nei contesti problematici, segnati da disoccupazione, povertà, conflitti sociali, criminalità, vandalismo, ecc., è difficile immaginare un effettivo benessere individuale senza un miglioramento di tutto il contesto.

Alla luce di queste riflessioni, non stupirà che il nostro lavoro si caratterizzi principalmente come consulenza filosofica di comunità: ovvero come la pratica del consulente filosofico che si svolge nello spazio di incontro tra la sfera personale e quella sociale. Un’area in cui spesso si cristallizzano le difficoltà dei singoli e nella quale si può intervenire in un ottica di sviluppo delle competenze etiche e riflessive per la promozione del benessere degli individui. Le metodologie privilegiate del lavoro di comunità sono quelle della Ricerca-intervento e della Progettazione-partecipata che si ispirano al modello teorico della Ricerca-azione di Kurt Lewin3 che da valore alla partecipazione e alla condivisione intese come componenti necessarie per conoscere e trasformare contemporaneamente la realtà esistente. Il carattere peculiare dell’ attività di Orizzonti sul territorio risiede proprio in questa prospettiva teorico-pratica. La progettazione partecipata in ambito sociale è una prospettiva metodologica che prevede la collaborazione dei vari attori di una comunità (cittadini o gruppi sociali, amministratori e tecnici) che, attraverso spazi e momenti di elaborazione, sono coinvolti nell’ideazione o nella realizzazione comune di un progetto, con ricadute positive sui partecipanti e il loro gruppo di appartenenza.

Gli strumenti da utilizzare per l’indagine conoscitiva possono essere diversi. Noi utilizziamo il laboratorio delle parole4, il dialogo socratico5 e la comunità di ricerca.

Le politiche sociali, i servizi alle famiglie e alle persone sono gli ambiti nei quali il lavoro di comunità ha trovato le sue prime applicazioni, attraverso l’attivazione e l’impiego delle reti sociali, il volontariato e il mutuo aiuto. Questa modalità di lavoro è sempre più diffusa all’interno dei servizi sociali e sanitari, e in particolare nei servizi agli anziani, nei progetti per i giovani, nella prevenzione in campo sociale e sanitario, nella scuola e nei servizi educativi.

In questi ambiti l’Associazione Orizzonti promuove, attraverso i suoi associati, la cultura della solidarietà, della comunità e della fluidità nei rapporti.

In particolare l’Associazione porta avanti delle iniziative all’interno delle comunità scolastiche e carcerarie, favorendo l’incontro e la partecipazione di soggetti e professionalità diverse nella progettazione e la conduzione di interventi finalizzati al raggiungimento del benessere individuale.

1 Filosofo contemporaneo, autore di quella originale “contro-storia” della filosofia politica confluita nella trilogia Communitas, Immunitas, Bios

2 R. Esposito, Communitas. Origine e destino della comunità, Einaudi, Torino, 1998, p. XIII.

3 Le procedure della Ricerca-azione furono teorizzate dallo psicologo tedesco K. Lewin (1890-1947) secondo il noto paradigma: Pianificare – Agire – Osservare per poi Ripianificare – Agire – Osservare – Riflettere di nuovo. Su questo tema cfr. K.. Lewin (scritti di), a cura di P. Colucci, La teoria, la ricerca, l’intervento, Il Mulino, Bologna, 2005.

4 Cfr. G. Ferraro, L’innocenza della verità, Filema, Napoli, 2008.

5 Cfr. P. Dordoni , Il dialogo socratico, Apogeo, Milano, 2009.

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