Le ovvietà della vita quotidiana.

Pubblichiamo il testo dell’intervento della dottoressa Elisabetta Zamarchi in occasione del workshop che si è tenuto presso la nostra sede.

Ripetizione e abitudini

Esercizi filosofici di decostruzione dell’ovvio e di apertura di nuovi scenari del pensiero.

Gli esercizi vengono proposti in itinere all’interno di ogni scenario, un’ora per ogni quadro concettuale.

I SCENARIO: l’ovvio del quotidiano
L’ovvio dell’esistenza è la vita quotidiana e l’ovvio della vita quotidiana è la ripetizione di abitudini

Decostruzione:
decostruire, in questo contesto, significa smontare gli scenari di rappresentazione che abbiamo nel tempo acquisito, spesso del tutto inconsapevolmente, ma che in qualche modo abbiamo simbolizzato, cioè significato nel linguaggio. In altre parole si tratta di far emergere un rimosso recuperabile, che non ha a che fare con l’inconscio profondo dei desideri e delle pulsioni, ma con l’inconscio degli automatismi, frutto di conoscenze divenute implicite e tacite. (Tommasi, p. 27)
Esiste un metodo di genealogia della conoscenza: consiste nell’andare a scoprire le immagini del pensiero che fanno da sfondo al nostro agire e pensare quotidiano. Si tratta di portare il pensiero, nel presente, all’origine di un certo modo di classificare eventi, cose e persone.
A questo proposito ci farà da guida nel procedere quanto scriveva Simone Weil: “Nell’ambito dei pensieri si può giudicare un pensiero solo se lo si allontana […] Conosci te stesso significa: non confonderti con i tuoi pensieri”. (Weil, p. 229)
La facoltà che ci consente questo processo genealogico di distanziazione dei nostri pensieri è l’attenzione, che può essere concentrazione esterna solo se si riesce, volontariamente, a sopprimere l’attenzione spontanea. L’esercizio di attenzione, che è determinante in un lavoro di genealogia della conoscenza, consiste nello scartare i pensieri spontanei.
La prima domanda, in itinere, riguarda la chiarificazione dell’ovvio, per far luce su un’ovvietà: come intervengono la ripetizione e le abitudini nel pensiero e nell’attività quotidiana?
Sappiamo, infatti, che
1) la prassi e il pensiero ripetitivo sono il fondamento necessario dell’attività e del pensiero umano. Vengono indicati come sistema di riflessi condizionati, ma in realtà non lo sono perché si fondano su bisogni sociali e vengono guidati da complessi di norme Queste norme, che in un linguaggio di derivazione hegeliana vengono dette oggettivazioni generiche, costituiscono un contenitore entro cui si formalizzano gli schemi della vita quotidiana, schemi possibili grazie alla ripetizione. E’ la ripetizione che ci orienta nel quotidiano. (Heller, pp.298/299)
2) tuttavia per orientarsi nelle attività quotidiane non basta agire sulla base della possibilità, ma anche e soprattutto della probabilità. Il fondamento dell’azione probabilistica sta nell’abitudine e nella ripetizione, ma la ripetizione ha bisogno di essere completata dall’intuizione e dall’invenzione, di fronte all’insorgere di problemi o situazioni nuovi. E in questa invenzione ha un ruolo determinante l’analogia, che non è mera imitazione ma tensione a produrre non lo stesso, quanto qualcosa di simile.
Questo brevissimo excursus, per far luce sul ruolo della ripetizione nelle nostre vite, ci consente di aprire un nuovo scenario concettuale, di restituire alla ripetizione il suo valore differenziante.

Apertura:
Se molto di ciò che facciamo nel quotidiano è ripetitivo – la ripetizione dà sicurezza e serve per la sopravvivenza – non c’è solo ripetizione basata sul senso comune, bensì anche invenzione ed esperienza. Che differenza esiste tra senso comune ed esperienza pensata?
Il senso comune sospende i dubbi; l’esperienza implica la soggettività e la messa in questione di strutture di precomprensione (già nominate in altro modo come oggettivazioni generiche) socialmente condivise. L’esperienza, o meglio il pensiero dell’esperienza, ci mostra come la tonalità emotiva che accompagna la vita quotidiana non sia solo l’angoscia (come scriveva Heidegger) bensì anche e soprattutto la fiducia, ovvero il sentimento del sì che ci consente quel pensiero anticipante fondamentale nella vita quotidiana per la prefigurazione di scopi futuri. (Tommasi, p. 24) E il pensiero anticipante fa sì che la ripetizione sia più ripresa e petizione del nuovo, che ri- percorso del già dato.

II SCENARIO: appartiene all’ovvio confondere o sovrapporre ripetizione e abitudini
I due termini vengono usati in modo equivoco e indistinto: perché? Che cosa ce li fa accomunare?

Decostruzione:
Per avviare il processo di genealogia della conoscenza è spesso determinante riprendere l’etimo delle parole, allo scopo di disincrostarle dagli stereotipi seriali che ne condizionano l’uso e di mettere in evidenza così le connotazioni con cui le usiamo perché “ una nuvola di connotazioni circonda le parole e tintinna come un sonaglio o vento mosso dalla voce[…] ogni parola genuina ha un proprio luogo natio, è come una pianta radicata in una radura.” (Illich) Risalire genealogicamente all’etimo delle parole mette perciò in luce le connotazioni con cui Tali parole si sono incrostare in noi ma anche come in noi si sono radicate.
1) Abitudine: disposizione acquisita con il costante e periodico ripetersi di determinate azioni, dal che deriva l’accezione di abito, consuetudine, assuefazione. Il verbo che accompagna il vocabolo è, di solito, contrarre. Già dalla definizione appare come abitudine e ripetizione siano intrecciate, ma come non siano equivalenti.
2)Ripetizione: andare o muovere verso, tornare a dire o fare, riandare su ciò che si è fatto o detto.

Apertura:
Dall’esplorazione dell’etimo nascono due domande: I) come si sono radicate in noi i due vocaboli? Ovvero come i due termini sono diventati nostre parole e come risuonano? II) in quale sequenza stanno abitudine e ripetizione? C’è un prima e un dopo?
Osserviamo le abitudini: esse sono basate sulla ripetizione, ma poiché sono l’effetto di una contrazione temporale – non a caso si dice contrarre un’abitudine – e tale contrazione ci impedisce di vedere che qualcosa viene sottratto alla ripetizione, quel qualcosa di nuovo, quella differenza che ogni ripetizione porta in sé.
L’apertura di senso sta in ciò che gli etimi mostrano: se l’abitudine è ripetizione, la ripetizione non è un’abitudine. In essa c’è un movimento verso, una differenza, una “petizione” verso il nuovo. Essa è sempre una nuova effettuazione di ciò che è già stato fatto, ma è al tempo stesso un’azione che mette ad essere una differenza, la singolarità di una differenza. (si veda ad esempio la ripetizione nella produzione artistica, o la ripetizione della stessa lezione di fronte a studenti)

III SCENARIO: è solitamente ovvio ritenere la ripetizione “il peso più grande”
La ripetizione, scriveva Nietzsche nell’aforisma 341 della Gaia Scienza, è il peso più grande, è dettata dall’incombere della necessità. Ma è solo questo?

Decostruzione:
Stando alla Gaia Scienza, la ripetizione appare nell’ordine della necessità, come un’interferenza spietata del passato sul presente, così come accade nella melanconia, che evidenzia la dimensione priva di avvenire e mortifera della ripetizione. Il che contraddistingue la coazione a ripetere.
Ma, oltre la patologia del ripetere, accanto a Nietzsche, le voci di Kierkegaard e Heidegger dicono che la ripetizione è ripresa, un movimento in avanti e non a ritroso, è diretta verso il futuro non verso il passato. La ripetizione è il modo della decisione mediante cui l’Esserci dell’uomo esiste e si tramanda, scrive Heidegger.

Apertura:
Quando manca la coscienza del sapere o l’elaborazione del ricordo, il sapere così come è in sé non è altro che la ripetizione del suo oggetto, ovvero è una semplice messa in atto, anziché essere un conosciuto. La coscienza di sé nel riconoscimento di un ripetuto so dà come facoltà dell’avvenire o come funzione del futuro, la funzione del nuovo. Nella ripetizione stanno, perciò, le possibilità ad- venire, dell’avvenire, purché la ripetizione sia contemplata, pensata.

 

BIBLIOGRAFIA

De Certeau M., L‘invenzione del quotidiano, Edizioni lavoro, Roma 2011
Deleuze G., Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina Editore, Milano 1997
Freud. S, Al di là del principio del piacere, in OSF, vol. 9, Bollati Boringhieri, Torino 2006
Freud S., Ricordare, ripetere, rielaborare, in Tecnica della psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino 1976
Heidegger M., Essere e tempo, par. 74
Heller A., Sociologia della vita quotidiana, Editori Riuniti, Roma 1975
Illich I., Nello specchio del passato, Boroli, Milano 2005
Kierkegaard S., La ripresa, Feltrinelli, Milano 2013
Lacan J. Il Seminario, Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Einaudi, Torino 2003
Lolli F. E’ più forte di me. Il concetto di ripetizione in psicoanalisi, Poiesis Editore, Bari 2012
Nietzsche F., La gaia scienza, aforisma n. 341
Sloterdijk P., Devi cambiare la tua vita, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010
Tommasi W., Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori Editore, Napoli 2011
Weil S., Lezioni di filosofia, Adelphi, Milano 1999

MANIFESTO DEL COUNSELING FILOSOFICO

Di seguito pubblichiamo il Manifesto del Counseling Filosofico della Sicof.

 

La SICoF, Società Italiana di Counseling filosofico,  di fronte alle molteplici interpretazioni del counseling e agli equivoci insorti sulla valenza della professionalità del counselor,  ribadisce la funzione e il  valore della filosofia nella relazione d’aiuto ed evidenzia

  • La specificità dell’intervento filosofico in una relazione d’aiuto, finalizzato non ad un “generico miglioramento della qualità della vita del cliente”,  e tanto meno alla cura del “disagio psichico” , bensì al potenziamento delle risorse logiche e argomentative di ogni persona di fronte ai problemi esistenziali che, sempre più oggi, si manifestano come interruzioni violente del ritmo della quotidianità, come “urti dell’esperienza” di fronte ai quali spesso i singoli individui rimangono inermi, per l’inefficacia o l’obsolescenza delle loro categorie ermeneutiche.
  • Il valore della filosofia che, per sua storia e per suo statuto epistemico, può agire “praticamente” in una relazione dialogica come “dono di pensieri”, come apertura del linguaggio e dell’ordine del senso per riordinare, rileggere e reinterpretare il proprio vissuto, oltre gli stilemi dell’ovvietà del linguaggio quotidiano. È, infatti, istanza prioritaria del counseling filosofico aiutare ogni persona che lo desideri a chiarificare e ad esprimere la  propria visione del mondo e la filigrana di idee (con il loro implicito valore di universalità) presenti nelle situazioni della vita di ogni giorno, negli atteggiamenti, nelle emozioni e nei giudizi.
  • Il contributo alla ricerca di un pensiero dell’esperienza: una filosofia pratica, quale quella attuata nella relazione di counseling filosofico, si coniuga con la teoresi attuale dell’accademia, contribuendo alla ricerca teoretica come un pensiero che interroga l’esperienza singolare e i vissuti di ogni giorno per arrivare ad un ascolto concreto del nostro tempo.
  • La valenza di una metodologia filosofica, basata su una visione fenomenologico/esistenziale,  strutturata sul dialogo socratico – pratica maieutica e insieme strategia dialettica finalizzata alla chiarificazione delle proprie opinioni e visioni del mondo – e sul rigore dell’argomentazione, secondo i canoni logici del disvelamento delle fallacie che inficiano normalmente i ragionamenti di tutti.
  • L’importanza di far emergere, nella complessità attuale, accanto alla valenza di un ethos terapeutico (quale quello psicologico) un ethos filosofico. L’espressione ethos filosofico sottende l’intento di attivare in ogni persona la potenzialità, in nuce in ognuno,  di saper affrontare problemi e istanze dell’esistenza con una diversa competenza di sé, del proprio modo di pensare se stessi, gli altri e il mondo. Riteniamo che un ethos filosofico si riveli adeguato alle necessità dell’oggi: il pluralismo attuale ha fatto sì che molte persone, specialmente di cultura medio alta, non subissero un sistema filosofico imposto,  ma volessero essere coscienti dei fondamenti della loro vita. Solo pochi però sono in grado di condurre da soli una operazione di questa portata. Molti si smarriscono in un relativismo totale, senza più punti di riferimento di senso e di valori, e una conseguente caduta della qualità della loro vita.  Una solida base filosofica personale è più importante nella cultura di oggi che in quella di ieri e questa competenza può essere trasmessa solo con il counseling filosofico
  • L’ambito di inerenza del counseling filosofico che non riguarda l’ambito della salute, come nei casi di “disagio psichico”, ma il benessere degli individui: l’intervento, perciò, non è sanitario, ma sociale. Riteniamo, infatti, che il benessere delle persone, nella complessità attuale, non si risolva soltanto con un intervento sulla specificità della loro storia psichica, o sulle  reiterate abitudini comportamentali, ma anche con un metodo dialogico che apra la riflessione di quel singolo, nella sua particolarità esistenziale,  sulle sue capacità di comprendere che cosa sta vivendo.
  • L’ottica interdisciplinare: la filosofia del counseling filosofico dialoga con le altre discipline al fine di garantire una visione complessa della persona e delle questioni che è chiamata ad affrontare. Il dialogo è particolarmente serrato con le discipline Psy (dalla psicologia clinica alla psichiatria) ma non utilizza metodi, strumenti o tecniche psicologiche. Il counseling filosofico, quindi, è efficace se non è una forma di psicologia/psicoterapia bensì una pratica filosofica applicata ai problemi dell’esistenza.
  • La formazione dei Counselor Filosofici iscritti al Registro Nazionale della SICoF è di durata triennale, come qualsiasi percorso similare, ma è esclusivamente rivolta ai laureati in filosofia o in discipline affini (oltre che a laureati in medicina e in scienze infermieristiche). Gli insegnamenti prevedono largo spazio per le discipline filosofiche e gli obiettivi formativi (ivi compreso il training personale e il tirocinio da effettuarsi presso strutture convenzionate) mirano all’apprendimento delle applicazioni pratiche della filosofia in vari ambiti esistenziali e in molteplici contesti sociali e professionali.

Consiglio Direttivo
Società Italiana di Counseling Filosofico

Dipendenza e autonomia nella quotidianità della vita professionale e affettiva

La letteratura sociologica e filosofica, che cerca di definire la congiuntura epocale in cui viviamo, dà del presente immagini complesse e variegate, immagini che tuttavia rientrano entro un certo ambito semantico. Si dice infatti della società odierna” società della stanchezza, era del vuoto, società dell’indifferenza, società del personalismo, dell’individualismo”, fino a espressioni forse a tutti più note come modernità liquida e epoca dell’evaporazione del padre, note perché i loro ideatori, Massimo Recalcati e Zygmut Bauman sono nomi ricorrenti nel panorama culturale odierno. Le definizioni sono apparentemente diverse ma in realtà abbastanza monocrome, perché mostrano un presente in cui qualche cosa se n’è andato per sempre. Sembrano indicare che il presente attuale è totalmente difforme rispetto ad altri presenti di altri tempi.  Che cosa c’è di difforme rispetto alla storia di sempre in tutto ciò? e che cosa si è perso per sempre in questo presente?

Le domande servono in contesto per comprendere perché nel presente la relazione tra  dipendenza e autonomia sia così paradossale nella quotidianità delle vite dei più.

Analizzando la definizione di società della stanchezza, ci appare che la società del terzo millennio è sfinita dalla pressione della prestazione, dall’imperativo del fare e del poter fare. Ma che l’imperativo del fare, come suo rovescio, genera stanchezza ed esaurimento  perché isola, distrugge ogni unione e fa scomparire le norme dell’essere insieme di fronte alle norme dell’essere attivi. Produce cioè una libertà costrittiva.

Il compito della filosofia è quello di porsi di fronte a relazioni paradossali, anzi la filosofia esiste perché esistono paradossi:  di fronte a una relazione paradossale, quale la libertà costrittiva che genera stanchezza, il primo gesto di un filosofo è quello di mettere in luce lo sfondo da cui si genera tale paradosso.

Questa è solo un’anteprima.
Scarica il pdf con il testo integrale DIPENDENZA E AUTONOMIA NELLA QUOTIDIANITA

Filosofia alla frontiera della nascita

Senza figli e alla ricerca di un figlio:
Counseling filosofico in un percorso di PMA

di Elisabetta Zamarchi e Marina Boniello

PAROLE CHIAVE
desiderio o bisogno di genitorialità; mancanza palese e assenza latente; vergogna della sterilità; malattia a due; incontro con il limite

L’articolo, frutto della collaborazione di due donne, una filosofa e un’economista, entrambe counselor filosofici, nasce come riflessione teorica e pratica di fronte all’ascolto di donne e uomini che cercano disperatamente di divenire padri e madri nei centri di Fecondazione assistita. Il complesso iter medicale dei percorsi di PMA pone la coppia e i due singoli davanti a domande sulla propria progettualità esistenziale; impone ad entrambi di patire lo scatenarsi di conflitti emozionali dove l’ansia, la paura, la vergogna e la rabbia connotano l’intero iter, fatto di attesa, speranza e anche disperazione. Molte grandi questioni  filosofiche affiorano durante il percorso, questioni forse mai affrontate, vista l’ingenuità naturale con la quale un uomo e una donna si predispongono a volere. un figlio. Nei corridoi dei Centri gran parte di queste domande non emergono, o se emergono non vengono prese in considerazione e non trovano, nemmeno in un supporto di counseling psicologico, adeguato spazio di indagine.

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Le parole che nutrono

Il counseling nella cura dei disturbi del comportamento alimentare

L’anima ha bisogno di un luogo
Plotino

Il tema su cui oggi si concentrano le speculazioni politiche è quello della “sicurezza”.
Una prima causa di sicurezza è rappresentata dal cibo.
Dal latino “securus”-“sive cura”= senza preoccupazione, ansia, angoscia.
Il problema è quello di liberarsi dall’ansia e dall’angoscia.

In un mondo “squilibrato”, come quello in cui viviamo, c’è chi si angoscia per mancanza di cibo, chi per eccesso. Quindi il cibo oggi può procurare angoscia, ma ancor più l’incapacità di comunicare questa angoscia.
Nella nostra cultura siamo inondati dall’informazione, che è un dire “senza forma”, ma pecchiamo in comunicazione.

una donna rannicchiataComunicazione deriva dal latino “comunis”= mettere in comune.
Ebbene il cibo “porta con sé” un linguaggio, che mi consente non solo informazione, ma anche comunicazione.
Il primo rapporto comunicativo col mondo, infatti, è quello del neonato che si attacca al seno materno e insieme al latte assapora amore e accoglienza.

Il cibo è un mezzo di comunicazione anche tra l’organismo umano e l’ambiente.

L’essere umano quando ha mangiato in un certo senso “rumina” cioè ripensa a cosa ha mangiato, in compagnia di chi ha mangiato, i profumi che ha annusato, l’atmosfera in cui ha vissuto l’esperienza del nutrimento.
Per cui il cibo diventa non solo soddisfacimento di un bisogno fisiologico, ma veicolo di simboli, cioè espressione di un linguaggio fatto di ricordi, sapori, profumi, colori, poesia e quindi comunicazione prima con noi stessi e poi con gli altri.

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