Dipendenza e autonomia nella quotidianità della vita professionale e affettiva

La letteratura sociologica e filosofica, che cerca di definire la congiuntura epocale in cui viviamo, dà del presente immagini complesse e variegate, immagini che tuttavia rientrano entro un certo ambito semantico. Si dice infatti della società odierna” società della stanchezza, era del vuoto, società dell’indifferenza, società del personalismo, dell’individualismo”, fino a espressioni forse a tutti più note come modernità liquida e epoca dell’evaporazione del padre, note perché i loro ideatori, Massimo Recalcati e Zygmut Bauman sono nomi ricorrenti nel panorama culturale odierno. Le definizioni sono apparentemente diverse ma in realtà abbastanza monocrome, perché mostrano un presente in cui qualche cosa se n’è andato per sempre. Sembrano indicare che il presente attuale è totalmente difforme rispetto ad altri presenti di altri tempi.  Che cosa c’è di difforme rispetto alla storia di sempre in tutto ciò? e che cosa si è perso per sempre in questo presente?

Le domande servono in contesto per comprendere perché nel presente la relazione tra  dipendenza e autonomia sia così paradossale nella quotidianità delle vite dei più.

Analizzando la definizione di società della stanchezza, ci appare che la società del terzo millennio è sfinita dalla pressione della prestazione, dall’imperativo del fare e del poter fare. Ma che l’imperativo del fare, come suo rovescio, genera stanchezza ed esaurimento  perché isola, distrugge ogni unione e fa scomparire le norme dell’essere insieme di fronte alle norme dell’essere attivi. Produce cioè una libertà costrittiva.

Il compito della filosofia è quello di porsi di fronte a relazioni paradossali, anzi la filosofia esiste perché esistono paradossi:  di fronte a una relazione paradossale, quale la libertà costrittiva che genera stanchezza, il primo gesto di un filosofo è quello di mettere in luce lo sfondo da cui si genera tale paradosso.

Questa è solo un’anteprima.
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Filosofia alla frontiera della nascita

Senza figli e alla ricerca di un figlio:
Counseling filosofico in un percorso di PMA

di Elisabetta Zamarchi e Marina Boniello

PAROLE CHIAVE
desiderio o bisogno di genitorialità; mancanza palese e assenza latente; vergogna della sterilità; malattia a due; incontro con il limite

L’articolo, frutto della collaborazione di due donne, una filosofa e un’economista, entrambe counselor filosofici, nasce come riflessione teorica e pratica di fronte all’ascolto di donne e uomini che cercano disperatamente di divenire padri e madri nei centri di Fecondazione assistita. Il complesso iter medicale dei percorsi di PMA pone la coppia e i due singoli davanti a domande sulla propria progettualità esistenziale; impone ad entrambi di patire lo scatenarsi di conflitti emozionali dove l’ansia, la paura, la vergogna e la rabbia connotano l’intero iter, fatto di attesa, speranza e anche disperazione. Molte grandi questioni  filosofiche affiorano durante il percorso, questioni forse mai affrontate, vista l’ingenuità naturale con la quale un uomo e una donna si predispongono a volere. un figlio. Nei corridoi dei Centri gran parte di queste domande non emergono, o se emergono non vengono prese in considerazione e non trovano, nemmeno in un supporto di counseling psicologico, adeguato spazio di indagine.

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Le parole che nutrono

Il counseling nella cura dei disturbi del comportamento alimentare

L’anima ha bisogno di un luogo
Plotino

Il tema su cui oggi si concentrano le speculazioni politiche è quello della “sicurezza”.
Una prima causa di sicurezza è rappresentata dal cibo.
Dal latino “securus”-“sive cura”= senza preoccupazione, ansia, angoscia.
Il problema è quello di liberarsi dall’ansia e dall’angoscia.

In un mondo “squilibrato”, come quello in cui viviamo, c’è chi si angoscia per mancanza di cibo, chi per eccesso. Quindi il cibo oggi può procurare angoscia, ma ancor più l’incapacità di comunicare questa angoscia.
Nella nostra cultura siamo inondati dall’informazione, che è un dire “senza forma”, ma pecchiamo in comunicazione.

una donna rannicchiataComunicazione deriva dal latino “comunis”= mettere in comune.
Ebbene il cibo “porta con sé” un linguaggio, che mi consente non solo informazione, ma anche comunicazione.
Il primo rapporto comunicativo col mondo, infatti, è quello del neonato che si attacca al seno materno e insieme al latte assapora amore e accoglienza.

Il cibo è un mezzo di comunicazione anche tra l’organismo umano e l’ambiente.

L’essere umano quando ha mangiato in un certo senso “rumina” cioè ripensa a cosa ha mangiato, in compagnia di chi ha mangiato, i profumi che ha annusato, l’atmosfera in cui ha vissuto l’esperienza del nutrimento.
Per cui il cibo diventa non solo soddisfacimento di un bisogno fisiologico, ma veicolo di simboli, cioè espressione di un linguaggio fatto di ricordi, sapori, profumi, colori, poesia e quindi comunicazione prima con noi stessi e poi con gli altri.

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